Acufeni: cosa si può fare?

acufeni, trattamento

 

Il termine acufene, che deriva dal greco e letteralmente significa “sembrare di sentire”, è la percezione uditiva in assenza di uno stimolo sonoro esterno corrispondente.  Si ritrovano testimonianze sull’acufene già in alcuni papiri dell’antico Egitto (2500 a.C.), poi su tavolette assire (VII sec a.C), e nel famoso “Corpo Ippocratico” del IV sec a.C.

La comprensione dei meccanismi all’origine di questo disturbo rimane nella fase di ipotesi e di congetture. L’ epidemiologia, eziologia e trattamento sono ambiti di studio ancora aperti e ben lontani da aver raggiunto dati univoci e concludenti.

L’acufene, definito internazionalmente con il termine latino tinnitus (dal verbo tinnire), viene descritto comunemente dal paziente come un fruscio, un sibilo o un fischio che può essere continuo o discontinuo. L’acufene può manifestarsi in forma monolaterale, bilaterale o senza riferimento specifico di lato.

In generale il tinnitus viene classificato in due grandi gruppi:

  • Tinnitus soggettivo: i suoni sono percepiti esclusivamente dal paziente. Comprende la quasi totalità dei casi. In questo gruppo l’acufene può essere ricondotto a reazioni uditive e neurologiche conseguenti ad ipoacusia ma anche ad altri catalizzatori .
  • Tinnitus oggettivo: i suoni percepiti dal paziente sono udibili anche dal clinico in fase di valutazione. Questi suoni sono di fatto prodotti da strutture muscolo-scheletriche o dal flusso circolatorio. Queste forme sono molto rare.

Un’altra forma di classificazione del tinnitus può essere fatta in base alla qualità del suono percepito dal paziente:

  • tonale: un suono approssimativamente continuo e costante con una frequenza ben definita.
  • pulsatile: un suono ritmico, spesso sincrono con il battito cardiaco. Questo tipo di suono è generalmente quello presente nell’acufene oggettivo.

L’acufene non è in sè una patologia ma un sintomo che si associa ad altre condizioni.  Nella maggioranza dei casi il tinnitus rappresenta una reazione neurosensoriale centrale ad un danno a carico dell’orecchio o del sistema uditivo. Se da una parte l’evento scatenante più frequente dell’acufene è l’ ipoacusia, dall’altra esistono circa duecento condizioni che possono generare un tinnitus come sintomo.

Le condizioni più comunemente associate all’ acufene sono:

  • perdita di udito: presbiacusia età correlata o indotta per esposizione a rumore continuativo o traumatico
  • ostruzione dell’orecchio medio: ceruminosi, corpi estranei. Il blocco può determinare un danno cronico anche dopo la rimozione del materiale occludente.
  • traumi cranici e cervicali.
  • disordini temporomandibolari.
  • farmaci ototossici.
  • altre condizioni di origine medica: endocrine, vestibolari, autoimmuni, cardiovascolari, tumorali e psichiatriche.

Altrettanto degne di note per la gestione dell’acufene sono le comorbilità ovvero condizioni che si associano e coesistono con la presenza di tinnitus. Queste situazioni possono essere causa primaria dell’acufene come nel caso della sindrome di Meniere oppure, in altri, il tinnitus può esacerbare una patologia preesistente come nella depressione . I disturbi più comunemente associati sono:

  • ipoacusia.
  • iperacusia.
  • sindrome di Meniere.
  • depressione ed ansia.

Altre condizioni rilevanti associate all’acufene e che, contestualmente, compromettono la qualità di vita del paziente sono:

  • i disturbi del sonno che si manifestano come aumento del tempo impiegato per conciliare il sono, sia come risveglio anticipato.
  • i disturbi cognitivi che, anche in assenza dei precedenti citati stati di depressione e ansia, possono presentarsi come alterata vigilanza, riduzione del rendimento cognitivo e deficit di attenzione.
  • iperacusia ovvero una eccessiva sensibilità a determinate frequenze o intensità di suoni.

Attualmente si suddividono i pazienti il cui acufene non può essere ricondotto a cause organiche, in due grandi categorie: tinnitus somatico e tinnitus idiopatico o propriamente detto.

Il tinnitus somatico si identifica in quei pazienti in grado di modulare l’intensità e il tono del proprio tinnitus con movimenti volontari, manipolazioni della mandibola, movimenti oculari o attraverso pressioni applicate a livello cervicale, ed è stimato intorno al 30%.  I pazienti con disfunzioni ATM e alla muscolatura masticatoria inoltre, presentano una prevalenza di acufene maggiore rispetto alla popolazione sana. In questo gruppo specifico, il tinnitus risulta essere ipsilaterale alla disfunzione somatica(7)(8). Partendo da queste osservazioni alcuni autori hanno proposto modelli neurofisiologici per sostenere l’esistenza del tinnitus somatico in cui si sostiene che una convergenza tra sistema somatico e uditivo potrebbe avvenire a livello dei nuclei somatosensoriali del tronco encefalico dove afferenze cervicali e afferenze del 7°-8°-9° nervo cranico convergono. Inoltre il nucleo trigeminale spinale e i nuclei  della colonna dorsale inviano proiezioni eccitatorie ai nuclei cocleari.

Queste osservazioni suggeriscono la presenza di interazioni sensoriali che possono modulare un esistente tinnitus ma lasciano domande aperte su come queste possano influenzare la genesi del sintomo.

Nella stragrande maggioranza dei casi di acufene questa modulazione somatica non è presente (acufene propriamente detto), non si riconoscono nè cause nè fattori scatenanti alla genesi del disturbo.

Non esistono test specifici adatti per la maggior parte dei casi di tinnitus e la diagnosi è basata sugli elementi anamnestici e gli esami di imaging atti ad escludere la presenza di una patologia trattabile associata.

Esistono molteplici opzioni di trattamento

  • counseling psicoeducativo: è raccomandato come componente di base di ogni trattamento.
  • terapia cognitiva-comportamentale: finalizzata a migliorare la consapevolezza e facilitare l’abbandono di modelli maladattativi a livello emozionale, cognitivo e funzionale.
  • stimolazioni uditive mascheranti il tinnitus (efficacia non confermata)
  • protesi uditive: usate per compensare l’ipoacusia associata
  • training acustico tramite discriminazione di frequenze, intensità diverse e identificazione e localizzazione di oggetti. (efficacia non confermata)
  • trattamenti di neuromodulazione con neurobiofeedback (mancano ancora studi randomizzati su larga scala)
  • farmacoterapia: ad oggi ne in Europa ne in America nessun farmaco è stato approvato per il trattamento del tinnitus. L’unica indicazione si limita alla gestione delle comorbilità presenti come i disturbi d’ansia, del sonno e della depressione.
  • agopuntura: in uno studio RTC in doppio cieco non sono stati riportate differenze significative nel tinnitus rispetto al placebo
  • procedure invasive come la decompressione microvascolare, la neurectomia della branca cocleare, l’impianto di ausili cocleari, la deep brain stimulation dovrebbero essere evitate perchè non ci sono evidenze di efficacia e i rischi per il paziente sono maggiori del rischio dato dalla percezione del tinnitus.
  • melatonina: è stata proposta per la sua efficacia sul sonno e per le proprietà vasoattive e antiossidanti. Mancano studi di efficacia.
  • il trattamento manuale della colonna cervicale e della mandibola nei casi di tinnitus somatico evidenzia un miglioramento marcato, ma ulteriori studi sono necessari per generalizzare questi risultati.

Non essendoci dati di efficacia sulla riduzione del tinnitus rispetto alla vastità dei trattamenti esistenti, una volta escluse patologie otologiche o vascolari, l’approccio al tinnitus deve essere multidisciplinare e comprendere interventi educativi di counseling e di terapia uditiva. Nonostante i benefici di un tale approccio siano limitati, questi migliorano la qualità di vita riducendo lo stress causato dal tinnitus.

Seguendo le indicazioni attuali, il lavoro che propongo è un trattamento integrato che cerchi di far dialogare le diverse sfere disfunzionali presenti:

  • un approccio strutturale capace di togliere eventuali spine irritati.
  • un intervento sul piano metabolico in quanto le strutture del sistema nervoso centrale ( SNC ) dotate di elevata attività metabolica, di ridotta capacità di rigenerazione cellulare e di un’ inferiore concentrazione di catalasi e glutatione perossidasi, sono particolarmente suscettibili ad un danno di tipo ossidativo.
  • una stimolazione neurologica tramite riflessoterapie per interagire con funzioni organiche specifiche.
Acufeni: cosa si può fare? ultima modifica: 2017-02-06T08:50:42+00:00 da Lara R. Lolli
Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi